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Febbraio 4, 2022

La religiosità popolare e il culto di Sant’Agata

Catania è una città di luci e ombre, in cui il folclore si mescola alla fede. La vita religiosa del popolo catanese riflette i caratteri propri della religiosità siciliana che – dati i diversi secoli di dominazione e grazie ai molti vescovi iberici – risulta molto affine a quella spagnola.

Nella città che sorge ai piedi del vulcano, oltre che a Sant’Euplio e alla Vergine Maria, una speciale devozione è dedicata a S. Agata, riconosciuta come modello dei valori più genuini della storia catanese. 

L’eccezionale diffusione del culto agatino tra Oriente ed Occidente è dovuta soprattutto alla particolare vicenda del martirio, che la presenta ai fedeli come modello di vita cristiana ma anche come potente aiuto contro le avversità quotidiane. Agata, vicina alla sensibilità popolare e alle sue condizioni di vita, diviene così il simbolo del riscatto e della sublimazione delle frustrazioni ereditate dalla Storia. 

È durante la dominazione araba e anche dopo la conquista normanna che il culto della Santa subisce un arresto: occorrerà parecchio tempo prima di ripristinare le consuete forme di culto pubblico.

Nel Medioevo la popolazione che occupa il territorio catanese è molto varia: al piccolo nucleo di cristiani superstiti si sono aggiunti quelli arrivati con i Normanni e gli immigrati, che aumentano per tutto il XII secolo. Si compone in quel tempo un mosaico di lingue e culture diverse tra greci, arabi, ebrei, francesi, tedeschi, lombardi, aleramici, genovesi, pisani, amalfitani. Anche all’interno del nucleo cristiano esistono delle distinzioni: alcuni sono di rito greco altri di rito latino. Sarò solo con Federico II – con il trasferimento delle residue popolazioni islamiche a Lucera in Puglia – che si raggiungerà una certa unità di religione e cultura. 

Il ripristino del culto di Sant’Agata rappresenta per Re Ruggero la volontà di ricollegarsi alle radici cristiane e puntare alla convivenza civile tra vincitori e vinti. Il ritorno delle reliquie da Bisanzio nel 1126 rappresenta un momento eccezionale poiché da quel momento Catania diviene meta di pellegrinaggi. Qui si può sperimentare la presenza del Divino come garanzia di grazie e favori straordinari e di protezione dai nemici, dalle malattie e dalle catastrofi. Inoltre per la città medievale il periodo della Festa diventa momento di aggregazione, commercio e ricchezza, con gare, palio, cortei e processioni spettacolari lungo le mura. La processione della “Luminaria” e delle reliquie con le candelore al seguito seguono rigidi protocolli cerimoniali e sono accompagnate da mortaretti e fuochi d’artificio. I devoti, inizialmente “nudi”, indossano poi il sacco

Prima del terremoto del 1693 il giro della processione è solo esterno, lungo le mura e i bastioni,  e i vari ordini religiosi si aggregano lungo una parte prestabilita del percorso per poi lasciare il posto ad altri. Dopo l’eruzione del 1669 ed il terremoto la processione cambia: si aggiungono i percorsi interni, il passaggio lungo la via Etnea davanti ai monasteri di clausura e le gare dei cantanti. 

Il Fercolo utilizzato per portare in processione le reliquie della Santuzza è una pregevole opera dell’orafo V. Archifel, realizzata nel 1519 e vanto di alta oreficeria catanese. Negli anni ha subito vari rimaneggiamenti fino al rifacimento totale, avvenuto dopo i bombardamenti del 1943. 

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