La zona centrale della Sicilia ha ispirato grandi scrittori, sorpresi e ammaliati da un paesaggio assai particolare e per molti versi inaspettato.
“La chiamaru Sicilia, li genti, ma dell’Eternu Patri è lu diamanti!”
L’altopiano centrale della Sicilia è un tavolato irregolare che degrada dolcemente verso il mar d’Africa, con confini imprecisi che recano la profonda impronta del lavoro umano e nascondono il prezioso zolfo, il gesso – che a volte brilla al sole – e i vulcanelli di fango chiamati “maccalube”.
“In cima al monte, tra tamerici e radi sugheri, riapparve l’aspetto della vera
Sicilia, quella nei cui riguardi le città barocche e gli agrumeti non sono che f
fronzoli trascurabili. L’aspetto di un’aridità ondulante all’infinito, un groppe
sopra groppe di cui la mente non poteva afferrare le linee principali concepite in
momento delirante della creazione: un mare che si fosse ad un tratto pietrificato
nell’attimo in cui un cambiamento del vento avesse reso dementi le onde.”
(G. Tomasi di Lampedusa, il Gattopardo)
Le alture sono raggruppate in un complesso straordinariamente confuso: montagne e monti isolati, simili a enormi cavalloni di un mare in tempesta, si susseguono si intrecciano in un sistema contorto e disordinato. Qui anche il clima è diverso dal resto dell’isola: “ innaru capu di stati, austu capu d’invernu, mentre l’autunno è semplicemente “quannu arrifrisca u tempu”; è la primavera a offrire lo spettacolo migliore, mentre in estate le terre appaiono gialle e brune, bruciate dal sole e desertiche.
“Qui dove l’incanto è raggiunto e l’abbandono completo, si può riscoprire il mito di una Sicilia sacra alla dea Cerere, granaio di Roma, terra resa schiava dalla sua stessa bellezza. La verde distesa di grano che in primavera riduce ogni altro colore a semplice sfumatura e reca in sé lo stupore del miraggio, è il più limpido e autentico segno di vita in questo deserto di fecondità”
(W.Goethe, Viaggio in Sicilia)
L’intensa colonizzazione agraria e le opere di canalizzazione e conservazione delle acque attuate dagli Arabi lasciarono il posto al latifondo feudale cerealicolo: numerose fortezze restano a testimonianza del potere della nobiltà sulla terra e sugli uomini.
Nei centri rurali la chiesa e il palazzo baronale sono situati nel cuore del paese, le case dei contadini si dispongono attorno – seguendo una maglia ortogonale – con gli isolati disposti a pettine secondo le linee di massima pendenza per facilitare il deflusso delle acque, creando un tessuto urbano indifferenziato e abitato da un’unica classe sociale. Le strade sono strette, non solo per riparare dal sole ma anche perché la strada è considerata quasi un prosieguo della casa, un posto in cui stare insieme agli altri abitanti “del villaggio”.



